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Ferma il tamburo di guerra statunitense contro l’Iran!

Di Comunicato dal Comitato Editoriale
17 marzo 2007

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Il World Socialist Web Site condanna le provocazioni militari e politiche utilizzate dal governo Bush in preparazione di un attacco contro l’Iran. Ci appelliamo a tutti i lavoratori, studenti e giovani al fine di opporre il guerrafondismo brutale e insano dei piromani di Washington. Un movimento di classe politicamente conscio—distaccato e indipendente dai partiti proimperialisti dell’oligarchia finanziaria e dalle istituzioni politiche—deve essere costruito se si vuole evitare la guerra.

Questo non è il momento di autocompiacenze e illusioni. Appena tre mesi dopo che il popolo americano alle urne ha espresso un enorme ripudio popolare contro la guerra in Medio Oriente, il governo Bush non solo sta aumentando le operazioni militari in Irak, ma comincia le prime manovre verso un conflitto contro il vicino Iran. Non c’è dubbio che si tratti di un acceleramento di eventi. Dopo le elezioni, il governo Bush ha deliberatamente ignorato i suggerimenti dell’Iraq Study Group di negoziare con Iran e Siria. Invece, nell’annunciare i suoi “rinforzi” in Irak il 10 gennaio, Bush accusava Iran e Siria di armare e addestrare insorgenti antiamericani in Irak e dichiarava che l’esercito statunitense avrebbe “scovato e distrutto” questo tipo di gruppi di supporto. Giorno dopo giorno voci ufficiali di Bush, aiutate dai complici mass media, hanno mantenuto un tamburo battente di accuse minacciose contro Teheran per aver “interferito” in Irak e per aver aiutato l’uccisione di soldati americani—tutto ciò senza presentare una briciola di evidenza.

Durante la settimana scorsa, loschi ufficiali del Pentagono hanno presentato “evidenza” che alcune delle bombe usate contro le pattuglie USA sono prodotte in Iran. Tali personaggi ed altri all’interno del governo hanno dichiarato con certezza che “I più alti ranghi del governo iraniano” sono coinvolti. Il fatto che gli ufficiali del Pentagono che hanno presentato questa cosiddetta evidenza hanno parlato solo a condizione che il loro nome venga mantenuto anonimo o non venga menzionato nella cronaca è indicativo del carattere artefatto di questa ricerca di un casus belli contro Teheran. Infatti, dopo nemmeno 48 ore dalla presentazione delle “prove” a Bagdad, il generale Peter Pace, presidente dei Capi di Servizio delle Forze Armate, ha ammesso che le forze militari non erano a conoscenza del coinvoglimento del governo iraniano in spedizioni di armi alle milizie sciite.

Ad ogni modo, queste accuse contro Teheran sono state riportate ampiamente e senza essere messe in discussione dai mass media i quali sono in linea di massima soddisfatti con il giocare lo stesso perfido ruolo giocato quattro anni fa prima dell’invasione dell’Irak quando si rivelarono propagatori di falsa propaganda bellica su minacciose armi e connessioni a terroristi.

Il caso costruito contro l’Iran è stato accompagnato da provocazioni sfacciate su terra, come le retate contro gli uffici governativi iraniani in Irak e il sequestro armato di diplomatici iraniani.

La preparazione militare nel Golfo Persico, intanto, procede a pieni ritmi. Alla fine di febbraio, un colosso di 50 corazzate è stato stanziato nell’area, includendo due gruppi di navi portaerei per la prima volta da marzo 2003. Secondo alcune relazioni un terzo gruppo del genere sta raggiungendo la locazione. Con l’appoggio di aerei da bombardamento posizionati fra numerose basi militari in tutta la regione, le forze americane avranno la capacità di bombardare giorno e notte senza pausa usando missili e centinaia di aerei da guerra. Batterie di sistemi anti-missile Patriot stanno per essere installate negli stati del Golfo per difendere assetti militari USA vitali e rassicurare gli alleati, ormai nervosi, in caso di reazioni da parte dell’Iran.

Accanto a queste preparazioni militari, Washington è coinvolta in un’intensa attività diplomatica. Le alte cariche del governo Bush hanno visitato varie volte il Medio Oriente durante la settimana scorsa cercando di consolidare un’alleanza, fra gli altri, con Egitto, Arabia Saudita e Giordania contro l’Iran. L’alleato piú intimo nella regione, Israele, ha già minacciato l’Iran di “azioni severe” se non rinuncia al suo programma nucleare.

I viaggi del vicepresidente Dick Cheney, architetto dell’invasione in Irak, hanno un significato particolare. La sua visita di un giorno a novembre scorso in cui ha incontrato personalmente il monarca saudita è stata seguita da un continuo aumento di produzione saudita di petrolio con conseguente ribasso dei prezzi del petrolio sul mercato mondiale, il che non solo minaccia l’economia iraniana ma fornisce un ammortizzatore contro lo shock economico della guerra. Questo mese Cheney visita Australia e Giappone per lo scopo di forgiare alleanze di supporto per i piani statunitensi contro l’Iran.

Ogni sforzo è fatto al fine di provocare un conflitto. “Intendono essere il piú provocatorio possible per causare che gli iraniani facciano qualcosa a cui gli USA dovranno rispondere con le armi”, ha detto a Newsweek Hillary Mann, la ex direttrice del Consiglio Nazionale di Sicurezza per l’Iran e gli Affari del Golfo Persico del governo Bush.

“L’anno dell’Iran” di Cheney

Il Washington Post, intanto, riporta: “ Alcuni alti esponenti di governo ancora contemplano l’idea di un confronto diretto. Un ambasciatore a Washington ha detto di essere rimasto sorpreso quando John Hannah, consigliere di sicurezza nazionale del vice presidente Cheney, riportava durante un incontro recente che il governo considera il 2007 ‘l’anno dell’Iran’ e ha indicato che un attacco degli USA è una possibilità realistica”.

Il senatore Christopher Dodd (Democratico del Connecticut), nel frattempo, ha ammesso in un’intervista televisiva domenica: “C’è senza dubbio chi è in favore” di una guerra contro l’Iran. “L’abbiamo visto nel passato che farebbero di tutto per creare i presupposti perché ciò avvenga”.

In maniera simile, il giornalista Paul Krugman del New York Times ha scritto un articolo lunedí che rappresenta un avvertimento di attacco contro l’Iran: “Ci sono, a dir poco, indicazioni che una fazione potente nel governo sta facendo del tutto per creare le premesse di un conflitto”.

Le descrizioni della politica estera e le dinamiche interne del governo Bush assomigliano sempre piú alle macchinazioni di stato nella Germania nazista o nel Giappone imperialista. Diventa sempre piú evidente che la politica di Washington è guidata per la maggior parte da un gruppo di criminali invasati che sta mettendo in azione delle forze che renderanno un’altra guerra americana di aggressione quasi inevitabile.

Come nella fase che ha condotto alla guerra in Irak, il presidente Bush continua a dichiarare che gli USA non hanno piani immediati di attaccare l’Iran. Tali asserzioni hanno perso ogni credibilità. L’interpretazione piú generosa delle azioni del governo Bush è che minacciando Teheran spera di forzare il regime iraniano a capitolare a tutte le sue richieste. Tale arroganza, tuttavia, ha una sua logica che ha il potenziale di svilupparsi in un conflitto militare di proporzioni gigantesche—indipendentemente dalle intenzioni originali. Inoltre, c’è sufficiente evidenza negli ultimi sei anni che dimostra che le mire di Bush sono tutt’altro che benigne. I neo-con (neoconservatori), articolando la prospettiva della sezione piú militarista della classe dirigente americana e della Casa Bianca, continuano ad esercitare pressione per un “cambio di regime” a Teheran come parte di una strategia piú lata il cui scopo è quello di ridisegnare il Medio Oriente sotto dominazione statunitense.

Il Wall Street Journal, che rappresenta piú fedelmente la prospettiva dello strato di destra che controlla la Casa Bianca, ha pubblicato un articolo martedí che accetta le accuse rivolte dal governo Bush contro l’Iran e propone che gli USA “mandino un messaggio a Teheran che non permetteranno di uccidere americani con impunità”. Ha consigliato fermamente una campagna immediata di bombardamento che “prenda di mira Le Guardie Rivoluzionarie o le fabbriche iraniane di armi”.

Un messaggio allarmante di cosa sta fermentando è emerso il primo febbraio nella testimonianza dell’ex consigliere statunitense di sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski al Comitato Senatoriale di Relazioni con l’Estero. Profondamente preoccupato che la politica di Bush stia conducendo gli USA verso il disastro, Brzezinski ha denunciato la guerra in Irak come “una calamità storica, strategica e morale”. Ha predetto schiettamente che se gli USA “continuano in questa impresa sanguinosa in Irak, la destinazione finale di questo percorso in discesa sarà molto probabilmente un conflitto diretto con l’Iran e con una parte sostanziale del mondo islamico”.

Nel passaggio piú allarmante della sua dichiarazione, Brzezinski ha descritto “uno scenario plausibile per una collisione militare con l’Iran”. Suggerisce che implicherebbe “l’incapacità dell’Irak di soddisfare le richieste prestabilite; seguito da accuse di responsabilità dell’Iran per tale incapacità; poi da provocazioni in Irak o un atto terroristico negli USA biasimato sull’Iran; culminando in un’azione militare americana “difensiva” contro l’Iran che abisserebbe un’America sola in una crisi pervasa e profonda che si estenderebbe fra l’Irak, l’Iran, l’Afganistan e il Pakistan”.

Nel corso della sua testimonianza, Brzezinski ha asserito che la Casa Bianca non solo segue questo scenario, ma è capace di produrre “qualche provocazione in Irak o un atto terroristico negli USA” come pretesto per lanciare una guerra contro l’Iran. Questi commenti da un uomo con decenni di esperienza nei circoli piú alti dell’apparato statale americano sono l’indicazione piú cruda che il governo Bush ha intrapreso un percorso accelerato verso un conflitto con l’Iran ignorando completamente le profonde ramificazioni delle sue azioni.

Una guerra contro l’Iran avrebbe conseguenze tragiche immediate per la popolazione di quel paese che ha già sopportato un conflitto sanguinoso durante gli anni ’80 con l’Irak, incoraggiato e assistito dagli USA. L’uso di bombe atomiche contro l’Iran è discusso attivamente ai vertici delle classi dirigenti americana e israeliana, aumentando la possibilità di una conflagrazione nucleare per la prima volta dai tempi dell’incenerazione da parte degli USA delle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki nel 1945.

Le implicazioni di un attacco statunitense su un paese di 70 milioni di persone—tre volte l’Irak—vanno ben oltre l’Iran stesso. Il conflitto avrebbe inevitabilmente un effetto profondamente destabilizzante per tutto il Medio Oriente e l’Asia Centrale e potrebbe attrarre l’intervento delle maggiori potenze europee ed asiatiche, le quali hanno interessi vitali nelle immense riserve di energia della regione.

Il comportamento del governo Bush assume sempre di piú una precisa somiglianza agli incoscienti atti di aggressione che videro lo scoppio della prima e seconda guerra mondiale. Negli anni ’30, truppe della Germania e del Giappone invadevano un paese dopo l’altro, terrorizzando le popolazioni e instaurando regimi controllati sulla base di pretesti totalmente fabbricati e con completo vilipendio per le leggi internazionali. Oggi in maniera simile la politica mondiale è sempre di piú alle prese con pazzi e megalomani che fanno del tutto per causare una conflagrazione mondiale.

Le radici del militarismo statunitense

Vi è, comunque, una logica da cui non si scappa in tutta questa pazzia. Le cause sottostanti la crescita del militarismo statunitense sono da cercare nell’affanno con cui l’èlite che governa si sforza a superarare le contraddizioni fondamentali ed irrisolvibili proprio del sistema del profitto: quelle tra l’economia mondiale e il sistema ormai superato dello stato nazione capitalista, e tra la produzione secondo il modello socialista e l’anarchia di un mercato che si basa sulla proprietà privata. Profitti in caduta e il peggioramento della crisi dell’economia globale stanno costringendo le grandi potenze verso una corsa spietata per accaparrarsi mercati e risorse, la cui risoluzione finale avverrà inevitabilmente con l’ausilio di mezzi militari.

Gli Stati Uniti sono il paese in cui si svolge questo processo allo stato più puro. Nel secondo dopoguerra, e in seguito al dissesto provocato da tre decenni di guerra e depressione, la classe dirigente del paese decise di sfruttare le vaste risorse che aveva a disposizione per puntellare il sistema capitalista mondiale. Il conseguente declino in cui cadde l’economia americana nei confronti dei rivali europei ed asiatici, che fu pure enfatizzato dalla trasformazione del paese da creditore numero uno del mondo a principale debitore, ha fatto degli Stati Uniti l’elemento più destabilizzante della politica globale. Nell’affanno di contrastare la sua debolezza economica, Washington ha vieppiù fatto ricorso a quel che rimane della sua potenza militare per arginare la propria posizione di egemone globale.

I motivi che sottendono i preparativi di Bush per una guerra contro l’Iran nulla hanno a che vedere con i presunti programmi di armi nucleari di Teheran oppure le affermazioni riguardanti la sua ingerenza negli affari iracheni. Washington ha mantenuto un blocco economico contro l’Iran da quando fu rovesciato il fido alleato Shah Reza Pahlavi nel 1979 che ha costretto gli USA ad assistere impotente alle attività delle potenze europee, Russia, Cina, Giappone e India che hanno firmato accordi remunerativi con la repubblica islamica, in particolare per sfruttare le riserve energetiche. L’incapacità americana di raggiungere la supremazia con mezzi economici spinge l’amministrazione Bush verso l’uso della forza militare per dominare le riserve dell’Iran, secondo in importanza mondiale per quanto riguarda il gas naturale e terzo per quanto riguarda il petrolio.

Credere che gli strati più equilibrati di governo, degli Stati Uniti o altrove, possano impedire lo scivolare verso la guerra contro l’Iran sarebbe il più grande errore politico che si possa commettere. Il silenzio universale da parte delle istituzioni mediatiche e politiche con cui è stato accolto l’avvertimento pronunciato da Brzezinski conferma ancora una volta che avendo i democratici dato via libera all’invasione illegale dell’ Irak, nulla faranno per impedire che Bush ed i suoi compagni di merenda invadano l’Iran, portando così il mondo sul baratro. La proposta di Brzezinski per il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq ed una soluzione regionale che coinvolga tutte le grandi potenze sono dei chiari indicatori dei motivi che ci stanno dietro. Una tale proposta significherebbe l’erosione del dominio imperiale degli Stati Uniti nel Medio Oriente e quindi a livello globale - una situazione del tutto inaccettabile alla classe che governa l’America.

Coloro i quali hanno fiducia che L’UE, la Russia, la Cina o le Nazioni Unite agiscano per frenare la spinta bellica dell’amministrazione Bush rimarranno certo delusi. Dopo essersi mossi per proteggere i propri interessi economici, tutte le grandi potenze hanno fatto quadrato attorno ad una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a dicembre che dichiara il programma nucleare dell’Iran una minaccia per la pace del mondo e condanna Teheran per non averlo fermato. Con lo stesso iter che ha seguito prima dell’invasione dell’Irak, l’USA farà indubbiamente uso della risoluzione dell’ONU, in barba alla sua dicitura precisa e riserve legali, per giustificare un attacco sull’Iran. Per quanto riguarda le Nazioni Unite, i suoi funzionari rimangono completamente muti nei confronti dell’accrescersi della presenza militare statunitense nel Golfo Persico.

Una guerra contro l’Iran avrà delle profonde conseguenze politiche negli Stati Uniti. Il vilipendio sfacciato che il governo Bush ha mostrato nei confronti dell’esito delle elezioni di novembre l’ha posta in rotta di collisione con il popolo americano. Un attacco USA contro l’Iran sarà accompagnato da un attacco a tutto tondo sui diritti democratici su territorio nazionale che la Casa Bianca sferrerà in un tentativo di sradicare ogni opposizione alla sua politica profondamente impopolare. Nell’eventualità che il Congresso tenti, pur timidamente, di ostacolare i progetti di Bush, non esiste garanzia che l’amministrazione statunitense rispetti il dettame costituzionale. Bush ha ripetutamente asserito i suoi “diritti” come comandante in capo per sovvertire le tradizionali norme democratiche e legali.

La politica rapace seguita dal governo Bush all’estero serve gli interessi della medesima elite parassitic corporativa che ha accumulato profitti giganteschi all’interno del paese attraverso operazioni sistematiche di ristrutturazione, licenziamenti e saccheggio finanziario. Si è aperto un divario sociale immenso tra i pochi che hanno una ricchezza oscena e la maggioranza della popolazione che, quando non sopravvive nella più estrema povertà, lotta ogni giorno per sbarcare il lunario. Gli interessi dei lavoratori negli Stati Uniti non sono quelli bellicosi di Bush ma piuttosto l’unirsi alla grande massa di lavoratori in tutto il mondo che, come loro, cercano la pace, un livello di vita decente e la garanzia dei fondamentali diritti democratici.

L’opposizione da parte del WSWS all’attacco imperialista contro l’Iran, tuttavia, non vuol dire appoggio politico al regime reazionario clericale del Presidente Ahmadinejad. Il governo iraniano rappresenta una coalizione instabile di interessi borghesi capitalistici che cavalca demagogia religiosa e occasionali epiteti anti-imperialistici per mantenere il suo debole appoggio popolare. Teme soprattutto la rinascita del movimento indipendente della classe lavoratrice iraniana e la sua lunga tradizione di lotte rivoluzionarie e socialiste. Le politiche repressive del regime clericale mirano a sopprimere il risorgimento di un movimento veramente democratico, socialista e anti imperialista del popolo iraniano.

Ma portare il regime borghese in Iran alla resa dei conti è compito della classe lavoratrice iraniana. Infatti la bellicosità dell’amministrazione Bush fornisce al governo Ahmadinejad la scusa per sviare l’attenzione popolare lontano dagli urgenti fabbisogni sociali all’interno del paese. Inoltre, un attacco contro l’Iran da parte degli Stati Uniti non mirerebbe alla creazione di un regime democratico ma piuttosto all’imposizione di un governo fantoccio e la riduzione del paese alla stregua di un protettorato semi-coloniale americano.

Per un programma socialista contro la guerra

L’unico mezzo per opporsi all’avanzamento del militarismo americano sta nella costruzione di un movimento politico largo, esteso ed indipendente della classe lavoratrice in tutto il mondo contro la guerra e le cause, che sono proprie del sistema capitalistico, che lo provocano.

La forza indipendente dei lavoratori e delle lavoratrici deve essere mobilitata a favore di istanze chiare e irrinunciabili: il ritiro immediato ed incondizionato di tutte le truppe statunitensi dall’Iraq e dall’Afghanistan, il ritiro delle flotte di guerra americane dal Golfo Persico e lo smantellamento delle basi militari che il Pentagono ha costruito in tutto il Medio Oriente e l’Asia Centrale.

Inoltre, tutti coloro all’interno del governo americano responsabili di aver scatenato una guerra non provocata di aggressione contro l’Iraq - e che ne stanno preparando un’altra contro l’Iran fondata su menzogne - devono rispondere politicamente e giuridicamente dei loro malfatti.

I lavoratori e le lavoratrici devono opporsi con tutta la loro forza contro ogni tentativo negli Stati Uniti o altrove di imporre il servizio militare che fa dei giovani lavoratori e lavoratrici carne da macina per queste guerre.

La lotta contro la guerra deve anche essere diretta contro gli interessi della classe che promuove la guerra, e i profitti che ne ricava. Il gigantesco complesso militare industriale degli Stati Uniti deve essere sottratto dalla proprietà privata e convertito in una realtà di utilità pubblica la cui produzione sia indirizzata verso la pace. Le immense risorse pubbliche - circa $470 miliardi previsti dal Pentagono per il solo 2007 - sperperate a fini bellici devono essere re-indirizzate per risolvere le urgenze sociali dei lavoratori e delle lavoratrici negli Stati Uniti ed altrove nel mondo.

Analogamente, i complessi energetici—ExxonMobil, Chevron, Conoco-Phillips, etc.—che senza eccezione hanno raccolto inattesi profitti da capogiro grazie alla morte e la distruzione in Iraq devono essere posti sotto controllo e proprietà pubblici.

La lotta per porre fine alla perdurante guerra in Iraq e la minaccia di un assalto ancora più grande e sanguinoso in Iran non può essere coadiuvata dai partiti della grande economia e finanza, e delle istituzioni statali negli Stati Uniti o di qualsiasi altro paese. Ciò che è necessario è invece l’unità nella lotta dei lavoratori e delle lavoratrici nella prospettiva di costruire un movimento di massa internazionale e socialista. Questo è il compito che i partiti del Comitato Internazionale della Quarta Internazionale (ICFI) si assumono.

Il WSWS appoggia in pieno la conferenza d’emergenza organizzata negli Stati Uniti da parte degli studenti internazionali per l’equità sociale (ISSE) nonché il Partito dell’Uguaglianza Sociale (SEP) con la parola d’ordine “Per la fine dell’occupazione e il ritiro di tutte le truppe USA dall’Iraq! No alla guerra contro l’Iran!”

La conferenza si svolgerà il 31 marzo e 1 aprile all’Università di Michigan in Ann Arbor, Michigan, e sarà un forum indispensabile per mobilitare gli studenti, la gioventù e i lavoratori e le lavoratrici negli Stati Uniti e altrove nel mondo contro la guerra imperialista ed il sistema capitalista che la crea.

14 febbraio 2007

 



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