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Italia: operai Fiat protestano contro dirigenti d’azienda e sindacati

Di Marianne Arens
22 maggio 2009

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Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 21 maggio 2009.

Domenica 16 maggio operai della Fiat venuti da tutta Italia hanno manifestato a Torino. Più di 10.000 lavoratori hanno risposto a un appello dei sindacati metalmeccanici e hanno marciato per il centro della città fino alla sede principale della Fiat a Lingotto. In testa alla manifestazione c’erano gli operai di due fabbriche Fiat a rischio di chiusura—Termini Imerese in Sicilia e Pomigliano D’Arco vicino Napoli.

Secondo l’Amministratore Delegato Sergio Marchionne, entrambi gli stabilimenti verranno chiusi se la Fiat sarà in grado di portare a termine il piano di acquisizione della Chrysler e della Opel. Le due fabbriche in Sicilia e a Napoli hanno già ridotto o sospeso gli orari di esercizio mesi fa. Centinaia di operai a orario ridotto o a tempo determinato sono già stati dimessi mentre grosse porzioni del processo produttivo sono state assegnate a società subappaltatrici.

Dopo il recente sciopero a Pomigliano D’Arco, 316 operai sono stati soggetti a misure disciplinari e trasferiti a un’altra fabbrica a Nola dove lavorano in condizioni peggiori e con salari ridotti. È stato riportato che l’accordo di trasferimento per questi operai ha ottenuto il supporto del leader della FIOM Gianni Rinaldini, membro di Rifondazione. La FIOM è il sindacato dei metalmeccanici facente capo alla CGIL, strettamente legata a Rifondazione.

Gli operai Fiat di Torino hanno esplicitamente manifestato la loro indignazione e la loro determinazione a difendere i propri lavori, salari e diritti. Dall’altra parte, invece, i leader dei sindacati hanno utilizzato la manifestazione per avanzare una sola richiesta: discussioni concertate fra sindacati, dirigenti e governo Berlusconi riguardo il futuro delle fabbriche Fiat in Italia.

Mentre Giuseppe Farina, sindacalista di stampo democristiano, parlava alla folla durante il comizio di chiusura a Lingotto, un gruppo di operai gridava “venduti!” e “vergogna!”. Le incitazioni dilagavano presto in un coro su melodia di Guantanamera e parole “vogliamo lavorare”, per poi sfociare in un canto di “Il potere dev’essere operaio”.

I fischi per il sindacalista provenivano principalmente da operai del sud che avevano viaggiato in autobus organizzati da Slai Cobas (Sindacato dei Lavoratori Autorganizzati Intercategoriale—Comitati di Base).

Vari rappresentanti Cobas da Napoli avevano richiesto di parlare al comizio. Per evitare ciò, Rinaldini ha castrato l’iniziativa con il suo discorso di chiusura. Vari operai e membri Cobas si sono quindi avvicinati al palco per allontanare Rinaldini dal microfono. Ufficiali di sicurezza della FIOM sono intervenuti e una colluttazione si è sviluppata nel corso della quale Rinaldini è caduto dal palco.

L’incidente è stato conseguentemente strumentalizzato dai media per sferzare una campagna di attacco contro gli operai adirati. La stessa sera dell’incidente i media annunciavano che i Cobas avevano rimosso Rinaldini dal palco. A loro volta, i Cobas dichiaravano il contrario: stavano aiutando Rinaldini a risalire sul palco per terminare il suo discorso.

I media di destra hanno avanzato richieste ai sindacati al fine che essi si dissocino da “elementi violenti”. Gli stessi media che offrono supporto al governo di destra e razzista i Berlusconi ora accusano gli operai di “intolleranza”.

Ci sono stati commenti di disapprovazione anche da Rifondazione. Il segretario nazionale Paolo Ferrero ha condannato gli eventi a Lingotto dichiarando: “Contestazioni simili indeboliscono i lavoratori e costituiscono un serio ostacolo alla necessità di costringere la Fiat a cambiare i suoi piani industriali”.

Le frizioni scoppiate alla manifestazione di sabato sono un’espressione dell’enorme sfiducia sviluppatasi fra lavoratori nei confronti dei capi sindacato in generale e Gianni Rinaldini in particolare. Tali tensioni rappresentano la continuazione dello sviluppo reso evidente un anno fa con le elezioni parlamentari in cui una grossa sezione dell’elettorato operaio si rifiutava di votare per Rifondazione, emersa dalla dissoluzione del Partito Comunista Italiano, partito che un tempo godeva di enorme peso elettorale. La sconfitta alle politiche 2008 eliminava qualsiasi rappresentazione parlamentare da parte di Rifondazione.

Da allora, il partito ha continuato il suo percorso verso destra. La scorsa estate Rifondazione si scindeva. Un’ala guidata da Nichi Vendola, presidente della regione Puglia, si scindeva e fondava Sinistra e Libertà, un movimento di orientamento esteso che si considera controparte del partito di Berlusconi, Popolo della Libertà (PdL), ed è aperto a correnti contrapposte, incluse varie tendenze cattoliche. A tal fine, sono disposti a tagliare qualsiasi connessione col passato comunista, come ha esposto Vendola che desidera una sinistra “non come ricordo del passato, ma come speranza viva del futuro”.

In contrasto, ciò che resta di Rifondazione continua a ritenersi “comunista”, dipingendosi—almeno a parole—come un gruppo più radicale. Per le elezioni europee, Rifondazione si presenta nella cosiddetta “Lista dei Comunisti” insieme al Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) con a capo Oliviero Diliberto, e il gruppo “Socialismo 2000”.

Nulla potrebbe essere più disorientante del designare Rifondazione come “comunista”. Infatti, l’organizzazione è non solo pronta a sigillare un patto con il Partito Democratico e a evitare di presentare suoi propri candidati, ma è anche disposta a lavorare con lo stesso Berlusconi. Questo è evidenziato dalla politica di Rifondazione in relazione alla Fiat, in cui entrambi Ferrero e Rinaldini incoraggiano contrattazioni e tavole rotonde fra dirigenti e governo Berlusconi.

Questo è lo stesso governo che solo la scorsa settimana ha spinto su iter parlamentare una legge che criminalizza gli immigrati, autorizzando multe di migliaia di euro. Ha inoltre sancito l’introduzione di guardie di quartiere semifasciste e ha impiegato truppe militari per le strade di città. Misure draconiane simili saranno impiegate contro quei lavoratori che tenteranno di difendere i propri diritti e il proprio lavoro.

Lasciare il destino degli operai Fiat nelle mani di Berlusconi e Marchionne serve solo a disarmare gli operai e rappresenta un’espressione della crescente collaborazione fra sindacati, dirigenti d’azienda e governo/stato.

Da parte loro, i Cobas sono privi di risposte o di prospettive progressiste per la classe lavoratrice. La loro politica è limitata ad azioni di protesta nel tentativo di operare pressione sui leader dei sindacati ufficiali nell’interesse di una “lotta comune”. Le loro speranze di attrarre l’apparato burocratico dei sindacati verso sinistra sono basate sul fatto che, in ultima analisi, condividono la stessa prospettiva opportunista e nazionalista dei sindacati stessi.

La classe lavoratrice deve stabilire la sua indipendenza politica in netta separazione dai vecchi leader. Ciò può essere implementato solo attraverso una lotta per una prospettiva internazionalista socialista. Deve unirsi con i propri colleghi in altre nazioni per la difesa dei lavori. L’industria automobilistica è una delle più integrate nel mondo, con forza di lavoro in Italia, Stati Uniti, Germania, Francia, Polonia, Russia e nel resto del mondo.

Il Comitato Internazionale della Quarta Internazionale e le sue sezioni in Europa che partecipano alle elezioni europee avanzano tale prospettiva. Nel suo manifesto elettorale la Quarta Internazionale dedica un’intera sezione all’indipendenza politica della classe lavoratrice dichiarando:

“La classe lavoratrice non è responsabile per la crisi del capitalismo. Non ha partecipato alle operazioni speculative ad alto rischio e non ha intascato milioni. Noi supportiamo tutte le iniziative—scioperi, occupazioni di fabbrica e manifestazioni di massa—che rinforzino l’autodeterminazione della classe lavoratrice e che sfidino il potere autocratico dei parassiti delle istituzioni politiche e delle grandi compagnie. Tali lotte possono essere vinte, tuttavia, solo se condotte indipendentemente dai partiti socialdemocratici e dai sindacati. La direzione di queste lotte non può essere lasciata all’apparato burocratico. Comitati di sciopero e consigli di lavoratori che siano indipendenti e democraticamente eletti devono essere sviluppati e devono rispondere direttamente alla classe lavoratrice.”

 



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