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Scoppiano a Roma le proteste contro gli attacchi al lavoro

Di Marc Wells
10 dicembre 2014

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Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 5 dicembre 2014 e in tedesco il 6 dicembre 2014

Immediatamente dopo il voto di fiducia del Senato di mercoledì, che ha ratificato la reazionaria “riforma” del lavoro del primo ministro democratico Matteo Renzi, conosciuta come Jobs Act, proteste di massa da parte di lavoratori e studenti sono esplose a Roma e sono state accolte da una violenta repressione poliziesca.

Anche a Napoli sono scoppiate proteste, ma non sono stati segnalati scontri. Il giro di vite segue recenti incidenti simili, e la repressione di Stato sta assumendo un aspetto sempre più minaccioso ed anti-democratico.

Secondo varie testimonianze, a Roma la manifestazione era pacifica e i manifestanti avevano ottenuto l’autorizzazione da parte delle autorità statali, quando la polizia ha caricato i legittimi e disarmati manifestanti con i manganelli.

Un manifestante ha dichiarato: “c’è stata una carica ingiustificata di un corteo che protestava e che era autorizzato a muoversi e a stare davanti al Senato [per protestare] contro il Jobs Act”.

Ha aggiunto: “Questa è la risposta dello Stato in questo momento rispetto a chi protesta ma anche l’unica risposta che viene data a precari, disoccupati, student che scendono in piazza. Hanno fatto male a tante persone oggi sicuramente e hanno fermato due persone”. Gli arrestati sono stati rilasciati dopo un’ora.

Uno degli arrestati ha confermato la doppia carica della polizia (contro la testa e la coda del corteo): “Eravamo tutti a mani alzate, con il volto scoperto. Io al pari degli altri ero a mani alzate con il volto scoperto, sono stato individuate evidentemente da qualcuno che dirigeva la piazza, quindi accerchiato, quindi picchiato sulle ginocchia... e sono stato portato via... [con] un altro ragazzo”. Questo manifestante ha poi elaborato sui temi politici: “La Jobs Act... colpisce il diritto del lavoro, distrugge lo Statuto dei Lavoratori senza garantire nulla sul piano dell’estensione degli ammortizzatori sociali; mentre avviene questo nel Paese non si ha nemmeno il diritto di poter arrivare sotto il Senato”.

Un tono totalmente diverso ha marcato le dichiarazioni di Renzi: “Il Jobs Act diventa legge. L’Italia cambia davvero. Questa e’ la volta buona. E noi andiamo avanti”, Lo ha scritto su Twitter. Durante un’intervista, ha ribadito, “Oggi è un giorno storico per il Paese”.

Non ci sono dubbi che l’Italia stia cambiando. Le conquiste sociali che i lavoratori avevano vinto attraverso aspre lotte nel dopoguerra avevano assicurato due generazioni di sviluppo economico e di relativa stabilità sociale. La classe lavoratrice italiana poteva contare su servizi sociali pubblici quali la sanità, l’istruzione e le pensioni, oltre a garanzie occupazionali di base. Esattamente le garanzie che il Jobs Act ha cancellato

Nel 1970, in seguito all’ “autunno caldo” del 1969, quando gli sconvolgimenti sociali misero in discussione il futuro del dominio capitalista in diversi paesi, come per esempio la Francia, la classe dirigente italiana approvò lo Statuto dei Lavoratori, una serie di normative del lavoro che garantivano diritti di base come la libertà di riunione, la libera scelta della rappresentanza sindacale, migliori condizioni di sicurezza e riduceva drasticamente il licenziamento arbitrario da parte dei datori di lavoro. Queste protezioni erano principalmente sancite nello storico Articolo 18.

Con il peggiorare della crisi capitalista la classe dirigente ha progettato diversi meccanismi per aggirare la legge in ogni modo possibile. Negli ultimi 15 anni, gli attacchi contro lo Statuto dei lavoratori si sono notevolmente intensificati, mentre la borghesia cercava di abrogare le concessioni precedenti; ogni partito della classe politica italiana ha fatto un tentativo per erodere i diritti da esso stabiliti, molti sono riusciti a erodere progressivamente lo Statuto dei Lavoratori.

Ma nessuno è riuscito a smantellare così tanto in un colpo solo, come ha fatto Renzi. Il Jobs Act, il cui nome è stato preso in prestito dalla omonima manovra del presidente Obama similarmente volta a ridurre le normative delle aziende, segna la fine di un’era, distruggendo le conquiste del passato e dando ai capitalisti mano libera nel mercato del lavoro.

In primo luogo, i licenziamenti adesso sono facilitati. L’Articolo 18 aveva stabilito che il lavoratore doveva essere riassunto in caso di licenziamento per “ingiusta causa”. Nel 2012, la legge Fornero aveva già scartato tale protezione, ma conservava ancora il reintegro al lavoro in alcuni casi, un risarcimento economico e la possibilità di presentare ricorso. Adesso i licenziamenti, nelle aziende con più di 15 dipendenti, sono consentiti senza “giusta causa”, o a discrezione del datore di lavoro. Il reintegro non è più attuabile, anche col ricorso all’azione legale.

In secondo luogo, la legge crea una nuova definizione dei contratti di lavoro, il cosiddetto “contratto a tutele crescenti”, secondo il quale, i nuovi assunti non ricevono praticamente alcun beneficio. Con l’anzianità di lavoro verrebbero introdotti alcuni benefici.

Tuttavia il Jobs Act stabilisce che i datori di lavoro possono licenziare qualunque nuovo assunto nel corso dei primi tre anni, per qualunque motivo; in questi casi verrà pagata un’indennità di licenziamento, ma il suo importo è una frazione di quello che sarebbe stata sotto il vecchio Statuto: 15 giorni di paga per ogni 3 mesi di lavoro. Per le aziende si tratta di un costo minuscolo con un immenso beneficio.

Mentre il disegno di legge deroga all’esecutivo alcuni dettagli da precisare, l’indirizzo della legge è chiaro: le nuove norme creano un meccanismo attraverso il quale i datori di lavoro possono ora aumentare lo sfruttamento del lavoro e facilmente risettare i costi del lavoro attraverso licenziamento e riassunzione.

Anche la Cassa Integrazione, che forniva una rete di salvataggio pagando i salari dei lavoratori sospesi da un’azienda in difficoltà finanziarie, sta arrivando alla fine. Secondo Roberto Mania del giornale La Repubblica, “Nella legge è già stabilito che la cessazione dell’attività aziendale o anche solo di un ramo non permetterà come accade oggi di accedere alla cassa integrazione”.

La legge introduce anche diritti di sorveglianza per il datore di lavoro. La tutela della privacy nei luoghi di lavoro è smantellata: monitoraggio delle attività del computer, di Internet e delle e-mail e anche controllo del telefono cellulare sono ora legalizzati.

L’azione di Renzi è il culmine di un’intera epoca di assalti, ma non ne è la fine. Fin dall’inizio il premier ha preso i suoi spunti dalle richieste dell’Unione Europea, nonostante le sue critiche populiste della “burocrazia di Bruxelles”, prima di diventare capo del governo. Le banche, non i lavoratori, decidono la politica. Renzi, acclamato dagli ambienti finanziari e dei media complici, è il loro rappresentante.

Ma un attacco così massiccio non sarebbe stato possibile senza l’appoggio dei sindacati, che hanno fedelmente fornito un fondamentale sostegno a ogni governo di centro-sinistra che hanno partecipato allo smantellamento dello Statuto dei Lavoratori.

Il Partito Democratico, un sottoprodotto della disgregazione degli ex stalinisti, non vi fa eccezione: un mese prima della nomina di Renzi a premier, il sindacato confederale CGIL-CISL-UIL ha firmato un accordo con la Confindustria, che stabilisce massicce restrizioni a scioperi e azioni collettive dei lavoratori oltre a dure sanzioni in caso di mancato rispetto dell’accordo.

Questo ha segnalato la disponibilità dei sindacati a sostenere gli attacchi successivi.

Susanna Camusso, leader della CGIL è stata molto esplicita, la settimana prima dell’avvento di Renzi come capo del governo: “ci vuole discontinuita nelle politiche di governo... da troppo tempo non si fanno scelte per incentivare la domanda e rilanciare gli investimenti”.

Strizzando l’occhio al premier in arrivo, aveva dichiarato: “A Renzi do comunque atto di aver messo la questione lavoro al centro”. Adesso può stare tranquilla che Renzi ha esaudito i suoi desideri.

La Jobs Act è il risultato di negoziati tra leader sindacali e Renzi. Nel mese di ottobre, un incontro coronato in successo tra i funzionari del governo e CGIL-CISL-UIL è stato così produttivo che tutte le parti “hanno trovato sorprendenti punti di intesa commune”. Inoltre, tutti i sindacati hanno elogiato la fasulla riduzione di tasse di 80 euro al mese, che Renzi ha utilizzato per ingraziarsi i lavoratori prima dell’assalto più grande.

Adesso, qualsiasi critica retorica sollevata verso Renzi, deve essere capita per quello che è: un tentativo di mascherare che i sindacati si sono impegnati a costringere i lavoratori ad accettare le nuove condizioni. Questo viene messo in pratica fornendo ai lavoratori mezzi di protesta innocui, come lo sciopero generale annunciato per il 12 dicembre.

Questa manifestazione è una ben congegnata messa in scena: la Commissione di Garanzia e Sciopero ha immediatamente limitato la portata giuridica dello sciopero, che ha già perso mordente a causa del divieto ai lavoratori del trasporto di parteciparvi. La Camusso si è dichiarata d’accordo: “Il garante stia sereno, come sempre la CGIL rispetterà la legge sulla regolamentazione dello sciopero nei servizi essenziali”.

E’ diventato un rituale spregevole: i tirapiedi della pseudo-sinistra e gli opportunisti professionali come il SEL di Nichi Vendola o cosa resta di Rifondazione Comunista prevedibilmente alzeranno le loro voci all’unisono con i sindacati, solo per mascherare il loro sostegno precedente, quando, nel mese di febbraio, le “sinister” hanno fornito il supporto fondamentale per la nomina di Renzi.

 



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